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IL NORD EUROPA E' CONTRARIO AL MADE IN... e anche in Italia non tutti sono favorevoli....
Non tutti i calzaturieri italiani sono favorevoli all'indicazione obbligatoria della provenienza della calzatura, anche perché anche perché molti calzaturieri italiani ormai assemblano in Italia scarpe prodotte in altri paesi del terzo mondo e vorrebbero considerarle come made in Italy.
Il sondaggio di "Shoes and News" sull'obbligatorietà del "made in..." per tutte le calzature che entrano nell'Unione Europea, ha dato un esito scontato: il 63% è d'accordo; il 24% contrario; il 13% indifferente.
Esito scontato, ma in qualche modo sorprendente, perché i frequentatori di "Shoes and News" sono qualcosa in più di consumatori finali: sono soprattutto operatori del settore.
E' evidente che il consumatore finale, ha il diritto, di sapere da dove arriva la scarpa che sta comprando, ma è evidente che c'è un bel numero di operatori calzaturieri che, preferiscono lasciare le cose come stanno. E non si tratta soltanto dei commercianti del centro-nord dell'Unione Europea, ma anche di italiani.
Andrea Tomat, numero uno di Lotto e Stonefly, nonchè presidente di Unindustria Treviso, ha dichiarato che il 40% della propria produzione è realizzato in India; e il restante 60%, si può supporre che non sia tutto "made in Italy" vista la frequentazione cinese dei due marchi.
Altro caso. In una intervista sul "Sole 24Ore", Mario Moretti Polegato, patron della lanciatissima Geox, è andato oltre la delocalizzazione, dichiarando che gli stabilimenti di proprietà, in Italia, Slovacchia e Romania, ormai coprono meno del 20% del fabbisogno commerciale di Geox. La soluzione è l'outsourcing, ovvero andare a produrre laddove è più conveniente. Polegato, per sua anticipazione, produrrà i 21 milioni di paia previsti per il 2007, in ben 28 paesi! Per Alberto Zanatta di Tecnica, la delocalizzazione in Slovenia, Romania e Slovacchia, iniziata vent'anni fa, è ormai storia vecchia e adesso guarda ai paesi dell'Africa Mediterranea, come Tunisia, Egitto e Marocco, e ovviamente alla Cina.
Questi tre casi si riferiscono a imprese di primissimo piano, ma molte altre sono sulla stessa lunghezza d'onda. Un dato sicuramente eclatante: il 63% delle esportazioni cinesi complessive, è riconducibile ad aziende occidentali; o ad aziende cinesi partecipate da occidentali. Insomma se diventano prioritarie progettazione e commercializzazione rispetto alla produzione, sarà molto, ma molto difficile mediare sul "made in..." alla ricerca di una normativa che stia bene a tutti; e che non può essere quella richiamata più volte dal presidente dei calzaturieri italiani Rossano Soldini e cioè l'articolo 24 del regolamento doganale del 1992 che si presta a letture diverse e interpretazioni contrastanti.
lunedì, 5 marzo 2007
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